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Cerreto di Spoleto, Vallo di Nera, Sant`Anatolia di Narco, Scheggino - Tra Cielo e Terra: Gli itinerari del Sacro in Valnerina
Cerreto di Spoleto

Tipologia: Circuiti
Lunghezza: 90 Km
Difficoltà: In Automobile
Durata: Da 4 a 8 ore
Interessi: Storico - Religioso

Questo itinerario tocca i più significativi “luoghi del sacro” della bassa Valle del Nera: Vallo di Nera con le sue chiese; l’antichissima Pieve di San Giusto a Paterno; il santuario della Madonna di Costantinopoli; le chiese castellane di Cerreto di Spoleto; la Madonna dell’Eremita di Piedipaterno; l’Abbazia dei SS. Mauro e Felice; la Chiesa di San Nicola di Scheggino; l’Abbazia di San Pietro in Valle.
L’itinerario interessa luoghi in cui antropizzazione del territorio, fondazione di borghi e castelli, attività di sussistenza, vita sociale e culturale sorgono e si sviluppano attorno ad antichi luoghi di culto e di ascesi. In Valnerina si coglie in tutta la sua evidenza la dinamica del sacro che forgia la storia, si fa storia e nella storia si trasforma.

Sul colle di Vallo di Nera, ove prende avvio l’itinerario, agli inizi del sec. III a.C., una probabile arce umbra divenne uicus romano fortificato munito di fossato (vallum) a guardia della strada che segue il corso del Nera. Ai tempi dei longobardi, la curtis di Vallo di Nera apparteneva al Ducato di Spoleto e nel 757, sotto il regno di Lotario II, entrò a far parte del gastaldato di Ponte. Castrum Flezani, castello imperiale che prendeva il nome dal colle, ai tempi del Barbarossa e di Federico II, nel 1198 fu annesso ai domini pontifici assieme all’intero Ducato. Con l’annessione, però, le lotte tra Papato e Impero non erano finite sicché alla morte d’Innocenzo III, nel 1216, Spoleto ordinò a Vallo di Nera di abbattere Castrum Flezani e costruire il nuovo Castrum Valli.

Al suo interno, la Chiesa di Santa Maria, menzionata in un documento del 1176, agli inizi del ‘300 passò ai Minori Conventuali. I francescani, attivi in Valnerina dalla seconda metà del ‘200, ingrandirono l’edificio dedicandolo a San Francesco, vi affiancarono il convento e trasformarono in campanile una delle torri del castello. Il rosone romanico, rota con 12 raggi, abbellisce la facciata. L’unica navata, in origine, era coperta da volte a crociera. Nel 1652 la chiesa venne dedicata a Maria Assunta.

Il sovrapporsi sulle pareti di pitture e nomi di committenti documenta la secolare persistenza d’un’intensa devozione. Oltre al repertorio mariano e cristico, Annunciazione, Natività, Adorazione dei Magi, Fuga in Egitto, Flagellazione, Crocifissione, Dormitio della Vergine e Assunzione, nella chiesa sono rappresentati i santi protettori della salute e della produzione alimentare, specialmente venerati nella devozione popolare: Lucia, protettrice della vista; Antonio Abate, protettore del bestiame e degli animali domestici, difensore dal demonio e dal fuoco, spesso scatenato dal demonio per distruggere case e raccolti; alcune “Madonne del Latte” (eredi della Galaktotrophousa bizantina) cui le madri chiedevano di benedire il proprio seno; Cristoforo protettore dei viaggiatori e terrore del demonio; Barbara protettrice dalla folgore; Rocco e Sebastiano difensori dalla peste nera; Leonardo che spezza le catene ai prigionieri; Giuliano protettore dei malati; Caterina d’Alessandria patrona dei costruttori di ruote, vasai e carcerati. Tra i santi, Francesco nell’atto di ricevere le stimmate e di predicare agli uccelli.
Sulla parete destra della navata, la processione dei Bianchi, movimento di penitenti sorto nel 1399, ritratti da mastro Cola di Pietro durante il loro passaggio alla volta di Roma, nel 1401. Tra gli affreschi, una Trinità tricefala con libro recante la scritta: «Pater et Filius et Spiritus Sanctus et tres unum sunt».

Sulla platea dell’antica rocca, la Chiesa di San Giovanni Battista costruita tra il ‘200 e il ‘300, ricostruita in parte nel ‘500. Nell’abside, affrescata da Jacopo Siculo nel 1536, la Dormitio Mariae, il breve sonno che precedette l’Assunzione, e l’Incoronazione della Vergine.

Da Vallo di Nera, imboccata la strada per Spoleto, l’itinerario raggiunge il borgo di Paterno, con l’alta torre di difesa divenuta torre campanaria. Fuori della cinta muraria, la Pieve di San Giusto precedente la fondazione del castello. Costruita nei pressi d’un insediamento eremitico del sec. V-VI venne ampliata nel ‘200 con pianta a croce greca e portale romanico.

Oltrepassato Meggiano, in direzione di Cerreto di Spoleto l’itinerario raggiunge il santuario della Madonna di Costantinopoli, chiesa francescana eretta assieme al convento nei sec. XVI-XVII. L’ampio portico antistante l’entrata offriva riparo ai pellegrini che, specialmente nel giorno del Perdono d’Assisi, si recavano numerosi al santuario sotto la sferza del solleone. All’interno, semplice architettura e arredo di sapore francescano.

Dal santuario della Madonna di Costantinopoli, l’itinerario sale al castello di Cerreto di Spoleto di cui si ravvisa da lungi la possente torre civica e s’odono i rintocchi del quattrocentesco “campanone”. All’interno delle antiche mura, la Chiesa di Santa Maria dell’Annunziata cui si accede da un portale del 1592. Sull’architrave, un’iscrizione latina invita a entrare nel tempio sacro alla Vergine con cuore puro. All’interno, tela del 1732 che ritrae, tra gli appestati, San Carlo Borromeo anima del Concilio di Trento, difensore dell’ortodossia, esempio illustre del rinnovato impegno sociale della Chiesa; Annunciazione della prima metà del ‘600 commissionata da Armodio Maccioni, “organaro” di Cerreto di Spoleto; Adorazione dei Magi (1598); fonte battesimale del ‘500; tela cinquecentesca con la Strage degli Innocenti. In fondo alla chiesa, a propiziare salute e fecondità del bestiame, la statua lignea di Sant’Antonio Abate.
Accanto a una delle porte del castello, la rinascimentale Chiesa di Santa Maria Delibera o Del Soccorso. che in un affresco protegge sotto il suo manto il popolo di Cerreto di Spoleto. L’abside della chiesa è stata ricavata in una delle torri della cinta muraria.

Da Cerreto di Spoleto, seguendo di nuovo la strada di fondovalle, si raggiunge Piedipaterno, borgo rurale e commerciale sorto nel tardo Medioevo, collegato da un camminamento al castello di Paterno. Lungo la strada, contigua al cimitero, la Chiesa di Santa Maria dell’Eremita (“La Romita”) fondata nel sec. XI.
La chiesa, a unica navata con transetto, poggia su una cripta a croce greca, simile nell’impianto al mausoleo di Galla Placidia. Tra gli affreschi superstiti, una Madonna con Bambino del Maestro di Eggi (prima metà del’400). Accorpato alla chiesa, il monastero di Santa Maria de Ugonis (sec. XI) già dei monaci di Vallombrosa, congregazione benedettina fondata da San Giovanni Gualberto (†1073).
Alcune grotte nelle formazioni rocciose furono utilizzate fin dal sec. VI come celle, forse da anacoreti provenienti dalla primitiva “laura” di Monteluco di Spoleto fondata dal siriano Isacco ai tempi di papa Ormisda (514-523). Dinanzi alla chiesa, il verde greto del Nera tra filari di pioppi cipressini.

Da “la Romita”, sempre seguendo la strada di fondovalle, oltrepassato il bivio per Vallo di Nera, ai piedi di Castel San Felice, sorgono la Chiesa e l’Abbazia dei SS. Mauro e Felice: padre e figlio, eremiti siriani del sec. VI. Splendido esempio di romanico umbro, la chiesa fu eretta nel 1194 sulla primitiva “cella” monastica. Dipendente dall’Abbazia di Farfa, o dalla vicina Abbazia di San Pietro in Valle, ospitava numerosi monaci sotto la Regola benedettina.

Sulla facciata, il rosone composto da colonnine binate disposte in due cerchi concentrici. Sopra, su una serie di 17 archetti che decora la parte superiore del secondo ordine, poggia l’elegante timpano con un’edicola in cui è raffigurato l’Agnus Dei, contrassegno degli insediamenti monastici benedettini.
Sotto il rosone, corre il fregio in bassorilievo. Gli scalpellini lombardi non raffigurarono macilenti asceti, ma un santo vigoroso e barbato che con la grande ascia di guerra colpisce un drago. Secondo la versione più antica della leggenda, in un codice del sec. VIII, fu Mauro a uccidere il drago. Alle sue spalle, un angelo benedice l’impresa. Dinanzi al sauroctono, un secondo angelo assieme a un altra figura: Felice in atto di brandire il bastone o una lancia?. Dietro di lui, un personaggio intento a pregare: forse, in una rappresentazione sincronica, lo stesso Mauro prima di accingersi all’impresa. Nella parte destra del fregio, la resurrezione del figlio d’una vedova, operata da Felice.

All’arrivo dei due eremiti siriani, in quell’angolo della Valle del Nera la gente moriva d’anemia mediterranea: “morbus draconis” contagiata, si credeva, dall’alito dei draghi occulti nelle paludi. Nella lontana provincia romana della Siria, forse, Mauro aveva appreso i principi dell’ingegneria idraulica ponendo quell’arte al servizio del prossimo, come Benedetto da Norcia. Mauro bonificò le paludi e il paganesimo residuo (la simbolica vittoria sul drago). Piantò la Croce e conifere che resero salubre l’aria: i glauchi “pini d’Aleppo” oriundi dalla Siria che crescono tra Sant’Anatolia di Narco e Castel San Felice, secondo la tradizione, sono nati dal bordone piantato dal santo al suo arrivo.

La chiesa è composta da un’unica navata, orientata est-ovest. Il presbiterio, separato da un arco e da due plutei decorati a mosaico, s’innalza al disopra dello spazio occupato dai fedeli. Davanti all’altare, vi era una concavità protetta da una grata di ferro dove, per secoli, le madri versarono sulle teste dei figli l’acqua della vicina sorgente per guarirli dalla scabbia.
Nel catino dell’abside, il solenne Cristo benedicente tra due angeli, dipinto dal maestro di Eggi. Nel tamburo, Madonna col Bambino tra San Sebastiano e Santa Apollonia, venerata protettrice dei denti.
Due gradinate scendono alla cripta a doppia navata fondata sul primitivo oratorio. Qui, in un piccolo sarcofago romano, i resti di Mauro, di Felice e della nutrice venuta con loro dalla Siria. Tra gli affreschi dell’Abbazia, il più notevole è quello tardo-gotico della Adorazione dei Magi. Sulla parete destra Mauro, come narrato da alcune leggende, attira il drago fuori dal nascondiglio mediante un’esca appesa a una canna. Poco più avanti, San Michele Arcangelo intento a pesare le anime e a tenere a bada il diavolo in punta di lancia.

Dal castello di Sant’Anatolia di Narco, prendendo la strada per Caso e Gavelli, si può visitare la chiesuola romanica di Santa Cristina, protettrice del castello di Caso e dei mandorli, importanti risorse degli abitanti della montagna.

Più avanti, il castello di Gavelli. Il giorno della festa della santa, una devota processione saliva le pendici del Monte Coscerno tra le cui selve, su un antico oratorio eremitico, fu fondata la Chiesa di Santa Cristina.
A Gavelli, dinanzi alla porta maestra dell’antica rocca, la Chiesa di San Michele Arcangelo mostra il ciclo di affreschi dello Spagna.

Tornati alla strada del Nera, l’itinerario prosegue per Scheggino. Nella cinta muraria del castello, la Chiesa di San Nicola le cui prime notizie risalgono al sec. XII. Il culto del santo vescovo di Mira, diventato “Nicola di Bari” in seguito alla traslazione del corpo, fu importato in Valnerina dagli eremiti siriani nel corso del sec. VI sec.. Sfuggiti alle persecuzioni d’imperatori e vescovi ariani, quei profughi veneravano San Nicola difensore dell’ortodossia cattolica. Il popolo, invece, si rivolgeva a lui come protettore delle ragazze da marito (le “verginelle”) in ricordo della borsa di denari che il santo aveva donata in segreto al padre di due poverissime fanciulle.

L’assetto della chiesa di San Nicola risale al 1572. Nel 1633 venne addossato alla facciata lo spazioso atrio: le chiese, infatti, non erano solo luoghi di culto ma centri di aggregazione anche a fini politico-amministrativi. Dai tempi dei longobardi, sul sagrato di molte chiese si teneva l’“arengo”: il consiglio del castello o della città. L’interno, a tre navate sorrette da colonne, custodisce preziose tele come quella che raffigura Santa Lucia e Sant’Antonio da Padova, dispensatore di grazie, invocato per ritrovare le cose perdute, dipinta dal perugino Perino Cesarei assieme alla tela della Madonna del Rosario che porge le corone a San Domenico e a Santa Caterina da Siena (1595): devozione quotidiana, quella del rosario serale, che riuniva la famiglia attorno al focolare.
Degna di attenzione, la tela col martirio “in oleo” di San Giovanni Evangelista commissionata a Guidbaldo Abbatini, pittore del Palazzo Apostolico, in ringraziamento per un miracolo attribuito all’Evangelista, protettore dei frantoi: verso la fine del ‘500 una pesante macina di pietra, sfuggita dall’asse, lasciò illesi gli operai addetti al frantoio. La tela, trasportata da Roma nel 1644 da un “mularo” del luogo, fu donata dal Cardinale Fausto Poli nativo di Usigni.

La dimora del generoso cardinale sorge non lontano dal canale artificiale le cui acque, nel ‘600, azionavano macine di frantoi, operosi mulini, sonanti gualchiere per la lavorazione della lana e le vasche della ferriera pontificia per il lavaggio del minerale. Tra i santi che attorniano l’Evangelista immerso nel calderone d’olio bollente, Sebastiano e Rocco, onnipresenti protettori dal flagello della peste nera. Tra gli affreschi, nella calotta dell’abside, l’Incoronazione della Vergine della scuola di Giovanni di Pietro detto “lo Spagna” (1533).

Da Scheggino in direzione di Terni, passando ai piedi del colle su cui, presso Ceselli, sorge la piccola chiesa romanica di San Vito dove venivano portati i cani per preservarli dalla rabbia.

L’itinerario dedicato ai luoghi del sacro della Valle del Nera, si conclude all’Abbazia di San Pietro in Valle, una delle più antiche dell’Umbria, sorta in Val Suppegna nel luogo in cui, nei sec. V-VI, vissero gli eremiti siriani Lazzaro e Giovanni. San Pietro, apparso in sogno a Faroaldo I, duca di Spoleto dal 570 al 591, chiese che in quel luogo venisse edificato un monastero in suo onore. Circa un secolo e mezzo più tardi, Faroaldo II ricostruì e ampliò il primo edificio e il convento in cui si ritirò a vita monastica sotto la regola benedettina. Morto nel 728, il «Duca di Spoleto e Abate di Cristo» Faroaldo venne sepolto nei pressi del sepolcro dei due eremiti.
La chiesa di Faroaldo, distrutta dalle invasioni saracene, fu ricostruita e ampliata nel 1016 dall’Abate Ruitprando assieme all’antico monastero e restaurata in più parti ai tempi dell’imperatore Ottone III. La torre campanaria fu aggiunta nei sec. XI-XII.

L’Abbazia, assurta a grande prestigio e potere, nel 1303 venne affidata da Bonifacio VIII al Capitolo Lateranense. A sinistra e a destra del portale del sec. XI, San Pietro e San Paolo: il primo reca la chiave e la croce, il secondo impugna la spada con cui fu decapitato. La pianta della chiesa è a croce commissa, con navata unica e tetto a capriate. Il transetto è formato da tre absidi: in quella di sinistra, sotto l’altare, sono custoditi i resti dei due eremiti; in quella di destra, in un sarcofago del III sec. adornato da scene dionisiache e da grifi, riposa Faroaldo II.

Le pareti della navata, affrescate alla fine del sec. XII con scene tratte dall’Antico e dal Nuovo Testamento, costituiscono una delle più importanti espressioni d’arte romanica dell’Italia centrale. Tra i monumenti di spicco presenti nella chiesa, vi è il paliotto in bassorilievo eseguito da magister Ursus per conto del duca di Spoleto Hilderico Dagileopa (739): «Hilderico Dagileopa in onore di San Pietro e per amore di San Leone e San Gregorio, a beneficio della propria anima. Mastro Ursus fece».

Quest’itinerario, nei contenuti tematici, è il prosieguo dell’analogo percorso che nell’alta Valnerina interessa i comuni di Cascia, Norcia, Preci, Monteleone di Spoleto e Poggiodomo.

 

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