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Circuiti

La Valnerina. Tra Borghi e Castelli, Un viaggio in Moto nell`Umbria che cercavi. Comuni di Cascia. Norcia, Preci, Monteleone di Spoleto; Poggiodomo, Cerreto di Spoleto; Santa Anatolia di Narco; Vallo di Nera e Scheggino
Cerreto di Spoleto

Tipologia: Circuiti
Lunghezza: 100 km
Difficoltà: Auto - Moto - Camper - Bus
Durata: Dalle 4 alle 8 ore
Interessi: Storico-culturale; Ambientale, Naturalistico e Paesaggistico

 Scheggino, porta della Valnerina, è pronta ad accogliere il viaggiatore e ad inziarlo al viaggio. Un viaggio nel grembo di questa splendida valle. L’ampia piazza del borgo, assolata e luminosa, si scioglie come un abbraccio materno a racchiudere in sé la dolcezza di questa terra e gli intimi aneliti dell’uomo che in questa terra decide di cercare le mete del suo viaggio. Il gorgoglio del Nera che attraversa il piccolo borgo ricorda anch’esso il viaggio, il viaggio delle sue acque che dai clivi e dai pendii dei monti punta verso il mare a trovare più ampi orizzonti: ma non è fuga, è ciclico ritorno. Lo scorrere verso valle di queste acque assume un nuovo movimento, punta verso il cielo e zampilla, giocosamente, dalla rotonda fontana posta al centro di questa piazza perché la gravità, si sa, non è una forza che può mutare “l’andare”.

Sopra di essi si alza l’antica torre del castello di Scheggino, prima meta, porta d’accesso e d’uscita di questo viaggio. Scheggino, antico castello di forma triangolare si appoggia ai clivi montani ricoperti di lecci, a dominare le strette gole e a chiudere ed aprire l’accesso ai monti, sovrani e custodi dei segreti di questo viaggio. L’orologio, posto sul campanile al centro del borgo, ci ricorda di un tempo clemente, placido e limpido come le acque del Nera.

Partiti da Scheggino la seconda tappa del viaggio è il borgo di Santa Anatolia di Narco, là dove il drago venne domato. E’ il drago del Nera che con il suo fluire sinuoso ma violento ghermiva le terre e le sostanze degli uomini. Nel territorio di Santa Anatolia un padre ed un figlio, Felice e Mauro, venuti dalla Siria imposero al drago  la razionalità dell’uomo addolcendone gli istinti ferini e bonificando la valle, ora fecondata e non più depredata dalle acque del fiume.

Lungo il tragitto verso Cerreto di Spoleto, nel luogo  dove il drago venne domato si erge possente Castel San Felice e sotto di esso l’Abbazia dei Santi Felice e Mauro che raccoglie le spoglie dei domatori del drago. Il bassorilievo sulla facciata della chiesa racconta mirabilmente quest’epopea.

Terza tappa di questo viaggio è il Borgo di Vallo di Nera, chiave della Valnerina. Vallum Nerinae, difesa e cuore centrale di questa valle, appare planato sopra un poggio popolato di vigne e torri colombaie. Di qui si dipanano le vie d’accesso per i meandri di questo territorio che l’antico castello custodisce e difende gelosamente. Se si comprendono i segreti di Vallo di Nera il viaggiatore potrà accedere più facilmente alle strade che portano alle mete più intime del viaggio. Per questo, e per il ruolo territoriale avuto nel corso dei secoli, questo castello è la chiave del viaggio.

Quarta tappa si incontra in Cerreto di Spoleto con la sua alta torre civica eretta sul colle di San Sebastiano. Castello posto sul guado del Nera a sorvegliare le antiche vie che dalle alte montagne conducevano verso il Ducato di Spoleto. Cerreto di Spoleto ha mantenuto, nel corso della sua secolare storia, il retaggio di crocevia. Patria di mercanti, viaggiatori e predicatori dette anche i natali a Giovanni Gioviano Pontano, illustre umanista dell’età moderna e vissuto, esule, alla corte di Napoli.

Lasciato Cerreto di Spoleto l’itinerario conduce a Preci, quinta tappa di questo viaggio. Percorrendo la statale che corre parallela alla valle del Nera, il viaggiatore segue con la sua moto il fluire sinuoso del fiume come se cavalcasse il drago domato dai Santi Felice e Mauro. Tornanti, curve sinuose sono coronate da strette gole e speroni rocciosi sui quali, come diademi, si collocano i borghi e i castelli che sorvegliano la valle. E’ un lungo filo di Arianna, fatto di borghi, strade e castelli quello che ci porta dentro e fuori la Valnerina; un filo di Arianna che conduce verso l’intima Itaca del viaggiatore. Ogni borgo, ogni castello ed ogni torre che si incontrano lungo il tragitto è come rappresentassero dei nodi fatti su quel filo salvifico: ci ricordano qualcosa, ci spingono a scioglierli, ci avviano alla comprensione e al raggiungimento della meta. Così ci appare Triponzo, posto sul trivio nel quale il Fiume Corno, figlio fiero del Terminillo, si congiunge in un impetuoso abbraccio al Nera.

Il  Borgo di Preci, nel cuore della Valle Castoriana, fa da cerniera a questo territorio: apre e chiude verso le Marche attraverso le antiche vie d’altura. Il castello di Preci fu eretto a dominio e controllo delle valli e dei feudi con aneliti di indipendenza: la Valle Oblita, dominata da Roccanolfi, la Valle Castoriana dominata dal fiero, ma ora ferito, Campi di Norcia. Preci però è anche culla di cultura e di storia: nel suo territorio Sant’Eutizio, cui è dedicata l’omonima abbazia, non solo ispirò e istruì San Benedetto al monachesimo cenobitico ma ispirò e accolse una antica e pioneristica scuola chirurgica dai cui adepti i monarchi di tutta Europa si facevano curare.

Lasciato il borgo di Preci e attraversata la Valle Castoriana il viaggio conduce a Norcia, sesta tappa del percorso. Giunti presso la forca di Ancarano si spalanca agli occhi del viaggiatore la piana di Santa Scolastica, placida ed accogliente come il ventre della donna amata. Là la potente città di Norcia, casa d’Europa: dalle sue vie partì San Benedetto a risollevare un Europa dimentica in balia di sé stessa e Sertorio, generale delle Legioni spagnole, che provò ad imporre la grandezza dei suoi natali sul vasto impero di Roma. Entrambi non fecero ritorno nella loro Vetusta Nursia, assisi per la grandezza del loro retaggio sul trono d’Europa. Norcia appare planata su quella piana come l’aquila planò sulle insegne si Roma e vi restò fissata nel mezzo delle tempeste dei secoli.

Da Norcia, percorrendo la strada che va verso la villa rurale di Ospedaletto, e quindi verso Cascia settima tappa del viaggio, partiamo ora più ricchi e con il cuore e gli occhi ricolmi. Attraversato quel vasto tavoliere ricco di borghi si arriva a Cascia aggrappata alla roccia del colle di Sant’Agostino. Cascia, città di Santa Rita, può riassumersi con tre parole: Fortitudo, fide et fiducia. Fortitudo: libero comune fieramente indipendente non conobbe mai dominatore sin la prima età moderna, ancorata saldamente alla roccia faceva gravitare su di sé feudi e vassalli lontani fin i territori d’Abruzzo; sperone, caposaldo rostrato ed esempio di indipendenza e libertà nel pieno dell’invasione tedesca potè proclamarsi repubblica libera nel febbraio del 1943; fide, non solo casa di santi cristiani il cui esempio, con Rita, brilla sul mondo terreno e celeste ma anche dimora di genius loci fieri ed antichi; fiducia: la storia della città e dei suoi illustri personaggi ispira la fiducia nella storia e nello scorrere del tempo umano: crisi e tenebre si alternano ma il borgo rimane ancorato alla sua roccia e non conosce rovina.

Lasciata Cascia l’itinerario prosegue per Monteleone di Spoleto, ottava tappa del viaggio, che chiude e protegge tutta la valle e tutti i borghi in essa presenti. Oltre Monteleone l’angioina, poi aragonese e ancora borbonica, città di Leonessa. Un confine di stato, un confine culturale. Monteleone difende le rotte per la Valnerina e per l’Umbria e né rappresenta la forza più virile. Appare esso stesso come un leone disteso, placidamente ma con vigore, sopra un altura da cui domina il fondovalle del Corno e gli altipiani che si stendono ad ovest. L’immagine di forza e fierezza ci riempe gli occhi e ci rafforza le gambe del Viaggiatore.

Lasciato Monteleone di Spoleto si entra nel territorio del Comune di Poggiodomo, ultima tappa di questo viaggio. Poggiodomo, il comune più piccolo dell’Umbria, pare ci aspetti assopito e con esso i borghi di Usigni, Roccatamburo e Mucciafora, adagiati su poggi addobbati di boschi cedui. Questo territorio pare sonnecchi nel suo dolce torpore a rimembrare tempi  antichi nei quali Poggiodomo era terra di contesa e terra di culto.  L’Eremo della Madonna della Stella è pronto ancora ad accogliere e lenire le pene del viaggiatore nei suoi più segreti anfratti, gli offre acque sorgive e fichi arrampicati sugli speroni rocciosi. Poco lontano, ad Usigni, la Chiesa di San Salvatore e il Pozzo monumentale del Borgo rimbrano ai monti gli uomini illustri che in quel territorio ebbero i natali, primo fra tutti il Cardinal Fausto Poli, braccio destro di papa Urbano VIII. La pazienza e la placida calma che ci inondano i sensi sono il frutto della lunga esperienza di questo comune: terra  contesa da sempre tra il Ducato di Spoleto e il libero Comune di Cascia, più volte sulla via dell’annichilimento. Poggiodomo seppe resistere non per le virtù guerriere, più proprie dei suoi otto fratelli, ma grazie a Temperanza e saggezza, raffigurate nello scudo araldico emblema di questo comune nel gesto d’un uomo che si congiunge le mani. Temperanza e saggezza Poggiodomo le ha impresse nel sangue, le ha apprese dal volo delle aquile che con un volo solitario partono dai suoi monti a sorvolare la Valle del Nera.

Con Poggiodomo alle spalle, attraversati i borghi di Rocchetta e di Ponte di Cerreto di Spoleto, l’itinerario prosegue di nuovo verso Scheggino, porta di questa valle, e i comuni di Ferentillo, Arrone e Montefranco

Il viaggio è stato un nostòs, un viaggio che punta al ritorno e non all’andata. Un ritorno verso i nostri caratteri umani più veri, impressi col fuoco nella Terra del Nera, custoditi gelosamente dai leviatani che nei monti dimorano, domati dagli uomini trasfigurati in borghi, castelli e campi coltivati.

 

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